
di
Franco Frascolla
Il talco è legato per molti ai ricordi dell'infanzia; nel mio
caso era presagio di una insopportabile maglia intima di pura lana subito dopo
il bagno del sabato sera...
Chi avrebbe mai detto che dopo qualche decennio si sarebbe preso la sua doverosa
rivincita, ridandomi la piacevolezza forzosamente riposta allora!
E' il primo agosto 2004 e mi trovo, con altre 20-30 persone tra cui molti disabili
visivi variamente assortiti, in Val Germanasca (Piemonte), in procinto di varcare
la soglia della Miniera Paola, facente parte di uno dei siti minerari di talco
più importanti del mondo.

L'ingresso della miniera Paola.
All'esterno ci sono oltre 30 gradi e molta umidità; la voglia di iniziare la visita cresce con l'aumentare del sudore...

La comitiva pronta per cominciare la visita.
I caschi colorati di plastica sono numerati; al rientro sarà
più facile verificare che tutti siano tornati alla solita faccia del mondo...
La miniera è "un po'" illuminata, perciò i caschi sono senza luce; e comunque
quelli illuminati vengono utilizzati solo da qualche decennio.

Alfredo, come Virgilio...
L'aspetto è quello del minatore: basso, tarchiato, capelli e barba incolti e come sporchi di talco; forse è stato ingaggiato come guida proprio per questo...

Sul trenino, in procinto di partire verso la vena di talco.
Solo durante il tragitto le pupille, per chi può utilizzarle, si rendono conto che non vedranno la luce del sole per un pezzo e cominciano a dilatarsi così da sfruttare al meglio la poca e rara illuminazione presente nella galleria di collegamento.

A oltre un chilometro dalla luce del sole...
Qui la differenza tra chi vede bene, vede poco o non vede affatto si fa relativa. Tutto va ascoltato, toccato e odorato, più che visto.

Aspetto di una galleria dopo la "volata" (esplosione).
Senza flash questo budello scavato nella roccia sarebbe buio come il mondo nelle notti senza luna e nei giorni senza pace. Invece è come essere all'interno di un ravanello, circondato dalla terra bruna e dall'ingannevole pellicola rossastra. Fa sempre un certo effetto notare il candore circondato da impurità e il buio trafitto da un raggio di luce.

Galleria principale, ad anello,
da cui si dipartono i tunnel di "coltivazione" (estrazione).
L'importante è ascoltare il modificarsi della temperature a seconda della roccia circostante e del vento, forzato. L'importante è ascoltare i puntelli di legno nelle gallerie. I minatori li preferiscono a quelli in metallo perché "il legno canta", e quando canta non è un buon segno...

Sagoma di minatore al lavoro.
Una volta la perforazione della vena per introdurre l'esplosivo veniva fatta con martello e scalpello. Poi sono arrivati i perforatori ad aria compressa, così polverosi che i minatori raramente superavano i 60anni per via della silicosi. Ora la perforazione avviene con strumenti che spruzzano acqua sulla vena, così anche questa condanna va scemando.

Simulazione, solo acustica..., di una "volata" (esplosione).
Mi torna in mente il protagonista di Giù la testa, esperto di
esplosivi e combattente irlandese tradito, convertito a cercare argento in un
Messico altrettanto esplosivo e traditore.
Il minatore come un bombarolo buono, che in cambio di poco estrae in condizioni
proibitive una sostanza utilizzata dappertutto: cavi elettrici, alimentazione,
medicina, cosmesi. Una sostanza inerte, inodore, insapore e ignifuga; proprio
come molte persone, adatte ad ogni situazione che non richiede un alto ideale.
Una volta c'era la dinamite e le micce, pericolosa da maneggiare la prima e
difficili da tenere asciutte le seconde; così non era raro che le esplosioni
avvenissero nel momento sbagliato...
Ora si utilizzano esplosivo in gel, non suscettibile agli urti, e inneschi elettrici
comandati a distanza.

Due carrelli, uno nuovo e uno arrugginito, colmi di talco.
Il peso specifico del talco è impressionante, circa due volte e mezzo quello dell'acqua; così le gallerie sono tutte in pendenza verso l'uscita, in modo che i carri una volta riempiti possano essere trasportati più facilmente all'esterno. E pensare che tutti, me compreso, sono convinti che ad addentrarsi in una miniera "si scende"...

Nella mensa della miniera Alfredo racconta...
Il sito minerario industriale della Val Germanasca ha oltre
100anni.
Un'attività cominciata ad alta quota, praticamente al buio e in gallerie in
cui si doveva procedere carponi e che continuerà praticamente in pianura, con
tunnel di collegamento verso la vena lunghi chilometri e larghi oltre 5 metri,
illuminati a giorno e gestiti da strumentazione elettronica.
Dalle centinaia di addetti, si arriverà alle poche decine; in mezzo tutti coloro
che, in cambio di poco, hanno lasciato la terra e i boschi per non rivedere
più la luce.
Terra e boschi che cambiano al mutare delle stagioni, anche se non si riesce
a vederne i colori. Montagna che cambia troppo lentamente per rendersene conto,
anche se si vedi bene e che, quando cambia velocemente, è meglio essere altrove...
L'altrove, desiderio inarrestabile dell'uomo; quello che porta i minatori a
desiderare la luce del sole e me a fermarmi fino a settembre quaggiù, come in
un letargo fuori stagione.