La musica americana diventa adulta


Dopo l’adolescenza musicale della fine ‘800 e dopo i furori iconoclasti dell’opera di Ives, la musica americana si indirizza definitivamente verso la contaminazione del vocabolario “classico” con gli stilemi popolari  della musica “indiana” prima e di quella nera poi. Si imbeve cioè di quel particolare suono che deriva dalle popolazioni che fino a quel momento (e in molte parti della nazione ancora per molto tempo) sono considerate quasi alla stregua di subumani.

In quest’ottica si inserisce una serie di musicisti, a partire da George Gershwin e Jerome Kern che abbracciano questa svolta con entusiasmo spesso sostenuto da un sano senso critico che stempera molti effetti naïf direttamente conseguenti a questo “scimmiottamento”.

George Gershwin con l'immancabile sigaro in una foto degli anni VentiNel caso di Gershwin, l’amore per il ragtime prima e per il jazz poi (entrambi “imparati” sulla propria pelle nelle copisterie di Tin Pan Alley) si mischiano indissolubilmente con una sorta di vocazione genetica per il classico (I Gershowitz - questo era il vero nome della famiglia - dopo tutto sono immigrati ebrei russi, perfettamente integratisi nella realtà newyorkese ma non dimentichi delle loro origini e tradizioni).

Già all’inizo degli anni ’20, il giovane Gorge dimostra la sua spiccata capacità di integrare l’afflato melodico che permea la sua musica con la forza dirompente (e a volte eversiva) della musica nera. Si veda a questo proposito il suo primo esperimento di opera lirica, quell’atto unico intitolato “Blue monday”, scritto per lo show “Scandals of 1921” e rifiutato dall’impresario perché troppo crudo e realistico; in un locale all-black dei bassifondi di New York si consuma un delitto d’onore, non fuori scena, ma davanti agli occhi esterrefatti del pubblico, il quale si reca a questi spettacoli per rilassarsi e non per pensare, e soprattutto non per dedicarsi ai problemi dell’integrazione razziale. Neanche a dire che l’operina (solo nelle dimensioni, perché qualitativamente è del tutto adulta) non verrà eseguita per molti anni.

Il passo successivo in questa corsa all’integrazione viene data al giovane Gorge da un concerto dell’orchestra di Paul Whitfield del 1924 tutto dedicato proprio a composizioni di derivazione jazzistica. In quest’occasione, grazie anche al lavoro di un grande orchestratore - all’epoca il Nostro non orchestrava ancora la sua musica - nonché compositore di vaglia, Ferde Grofè (noto soprattutto per Grand Canyon Suite e per Niagara Falls Suite), Gershwin regala al mondo la sua composizione forse più famosa ed eseguita: Rhapsody in Blue. Anche se ancora in bocciolo, la struttura della musica gershwiniana è già tutta presente in questo strepitoso pezzo per pianoforte.

Il passo successivo (e definitivo) nella crescita artistica del Nostro lo darà il soggiorno a Parigi, dove Gershwin affinerà le tecniche compositive e, soprattutto,di orchestrazione e dove creerà quei capolavori assoluti che rispondono ai nomi di An American In Paris e di Concerto in F.

Al ritorno in patria, il Nostro vedrà aprirsi anche le porte del neonato cinema sonoro, con partiture a volte anche molto importanti come la famosa Manhattan Rhapsody (della quale non resta purtroppo traccia se non una pessima registrazione della banda sonora del film, peraltro comprendente anche i rumori di scena), poi rielaborata nella bella ma meno sentita Second Rhapsody.

Il culmine dell’arte di Gershwin arriva però nel 1936, quando, in collaborazione col fratello Ira e con Du Bose Hayward firma il capolavoro indiscusso del teatro americano del ‘900: Porgy and Bess che, una volta entrato in circolazione, non lascerà più i palcoscenici americani e, anzi, dilagherà anche in Europa, lasciando una traccia indelebile nella storia della musica del secolo.

Jerome KernUna volta aperte le porte alla muisca popolare, anche altri compositori si dedicheranno a questa ibridazione con alterne fortune, a partire (solo per citarne alcuni) dallo Showboat di Jerome Kern, seguitando con composizioni quali Appalachan Spring e Rodeo di Coopland, fino ad arrivare alle contaminazioni tra il classico, il folk americano e la musica irlandese di The Reivers di John Williams, la scrittura concertistica classica associata al blues in senso stretto  di Street Music di William Russo, con la sua parte per armonica a bocca quasi totalmente lasciata al solista, e Bizarro di Michael Daugherty, il quale in questo caso, si rifà alle istanze non solo del jazz ma anche del rock per portare il linguaggio “classico” sempre più vicino all’uomo della strada
 





 

[Ascolta] MICHAEL DAUGHERTY: “BIZARRO per fiati e percussioni” eseguito dalla BALTIMORE SYMPHONY ORCHESTRA diretta da DAVID ZINMAN (ARGO 492 103-2) [Torna al testo]
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

[Ascolta] WILLIAM RUSSO: “STREET MUSIC, A BLUES CONCERTO”, 1° movimento (inizio) nell’esecuzione di CORKY SIEGEL (armonica e pianoforte) accompagnato dalla SAN FRANCISCO SYMPHONY ORCHESTRA diretta da SEIJI OZAWA (DG 419 625-2) [Torna al testo]
 
 

 


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